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“Tornando al ricordo di quella particolare atmosfera, oggi rimane soltanto la crudeltà orrenda della guerra e della morte. Capisco di fronte alla morte anche il revisionismo, perché si può paragonare un morto a un altro morto, questo è ovvio, però ci sono delle ragioni che non vanno dimenticate.” (Enzo Biagi. Era ieri).
“Ci sono ragioni che non vanno dimenticate.” Sono queste le parole di tutto il passo che preferisco, innanzi tutto perchè sono la testimonianza di un uomo che ha vissuto un evento in prima persona, poi perché danno il senso della memoria, della capacità di distillare la storia.
È proprio la memoria che manca oggi, il senso di appartenenza, la misura delle vicende che dall’Unità d’Italia, hanno portato all’assetto politico attuale.
Nel nostro Paese, il percorso verso la democrazia è stato ed è più che mai confusionario, intermittente e compromesso. Si pensi all’avvento del Fascismo, al terrorismo degli anni settanta, fino a Tangentopoli, ma questo non vuol dire che dobbiamo dimenticarci dell’operato di personalità come De Gasperi, Moro e Berlinguer, capaci di individuare i tratti della nostra cultura, di tastare il polso della popolazione, di dialogare con la società e di attivarsi, seppur con motivazioni diverse.
Assodato questo: qual è il trend attuale della politica? Siamo ancora capaci di capire che la storia è fatta di ragioni? Di distinguere gli effetti dalle cause? Di programmare?
C’è ancora la volontà di una politica compartecipata, o si accetta di buon grado l’idea di navigare a vista? Credo che attualmente siamo più sbilanciati verso la seconda ipotesi. La politica si svolge qui e ora, con una propensione alla manipolazione più che al consenso ed un’attenzione particolare alla quantità più che alla qualità.
Pochi conoscono il passato, alcuni approfittano del presente, i più aspettano inermi l’imprevisto.
È un po’ quello che affermava Rousseau nel Contratto sociale: “Quando lo Stato, prossimo alla rovina, continua a esistere solo in forma illusoria e vana, quando il vincolo sociale è infranto, allora la volontà generale diventa muta.”
Mi viene in mente il testo di una canzone di Francesco De Gregori, Rumore di niente, che dice: “Gli occhi oggi gridano agli occhi, e le bocche stanno a guardare e le orecchie non vedono niente, tra Babele e il Villaggio Globale.” Credo dia l’idea dell’inettitudine e del senso di disorientamento che pervade la gente oggi.
In tutto questo, qual è l’uso che possiamo fare dei media? Sicuramente, per ciò che riguarda la stampa e il web 2.0, un uso positivo. Vada bene anche per le società di sondaggi o per i gruppi di ricognizione dell’opinione pubblica (vedi l’Osservatorio di Comunicazione politica di Lecce, diretto dal Dott. Cristante).
Ma la Tv? Può davvero servire la causa politica?
Un’altra considerazione di Enzo Biagi può valere come risposta: “Con tutto il rispetto per le opinioni di autorevoli rappresentanti della politica e della letteratura, che proclamano che la Tv deve fare più cultura, io mi permetto deferentemente di dissentire: deve fare più televisione.”
E ancora: “La televisione corrompe. Una volta il sogno del giovane giornalista era diventare una firma; ora è sufficiente mostrare, con qualche insistenza, la faccia. Nessuno dice. “L’ho letto”, ma “L’ho riconosciuto”.” (Enzo Biagi. Ma che tempi.)
In definitiva, ciò di cui ha bisogno la comunicazione politica oggi è di spostarsi dagli schermi, per tornare nelle piazze.
Non c’è più tempo. Non dev’essere la politica a guidare il Paese, ma il Paese a guidare la politica, cercando idee, facendo impresa, attraverso la connessione, la mobilitazione, l’incontro, l’unione degli interessi, l’ottimizzazione delle risorse. Altrimenti tra un po’ di anni, sapremo come comunicare, ma non sapremo che cosa dirci! (Questa è mia.) (Alessia C.)