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Attacchi fisici, attacchi sintattici, attacchi semantici

Il Floodnet e il Nestrike sono il punto d’arrivo di una teoria che alla virtualizzazione del potere oppone la virtualizzazione della protesta secondo il concetto di Disobbedienza Civile Elettronica (Dce), nel caso del Critical Art Ensemble, oppure di Hacker Art, nel caso di Tozzi. Tuttavia essi, pur essendo forme di protesta politica, a metà strada fra le campagne di informazione e l’arte della contestazione, sono stati associati al sabotaggio informatico, in quanto capaci di interrompere il flusso comunicativo di un nodo specifico della rete. Alcuni consulenti per la sicurezza informatica li considerano entrambi denial of service attacks, cioè modalità di attacco informatico che impediscono ad una macchina di erogare un servizio bloccandone l’accesso ai legittimi utilizzatori, e li classificano come atti di sabotaggio al pari degli smurf attacks, in cui un computer ponte (pc zombi) viene utilizzato all’insaputa degli amministratori per oberarne un altro con junk messages o fake requests e farlo collassare. In realtà non è così. Ciò che distingue il Netstrike e il Floodnet dal sabotaggio propriamente detto è il loro carattere pacifico, pubblico, transitorio e la contestualizzazione all’interno di un’azione di protesta più generale, che serve a suscitare attenzione e dibattito intorno a un certo tema (come il Massive Media Attack, cioè l’uso integrato e contemporaneo di pratiche di culture jamming 40, phone-strike, fax-strike, net-strike, Sms-strike, petizioni, email, annunci radio, video; oppure l’Anti – netstrike, che invita al boicottaggio dei servizi e la rimozione dei links dei siti verso cui si protesta). L’idea alla base del Netstrike, poi ripresa nel Floodnet, è quella di realizzare dei sit-in virtuali. La dinamica con cui si sviluppa è sempre quella di far convergere su un sito web un numero di utenti tale da creare un rallentamento nell’accesso al sito stesso e la logica cui si ispira è quella dei sit-in di strada, che hanno l’effetto di rallentare il traffico di uomini e mezzi. Come i sit-in di strada, anche i sit-in virtuali “non provocano danni al pavimento” e, come quelli, inducono i passanti a porsi delle domande per il fatto stesso che ci sono, per avviare una comunicazione con essi e destare l’attenzione dei media.

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