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Capitolo 5 ./Virus e scienza delle epidemie
Il termine virus è ormai troppo noto per doverlo definire ma, nello stesso tempo, appare ambiguo. Questa ambiguità lo rende tuttavia estremamente fertile per la riflessione sulla società e sulla comunicazione. Si tratta di un termine che contiene in sé molteplici aspetti, punti di vista, possibili utilizzi. È una metafora per l’immaginario collettivo e un punto di vista sociologico, un significato e un modello di studio. La sua forza metaforica, con i connotati medici di contagio, contaminazione, epidemia, malanno, è indubbia. Allo stesso tempo, il virus richiama letteralmente l’orrore per gli effetti mortali delle epidemie e delle pestilenze che in passato hanno minato le fondamenta stesse delle civiltà. Se la peste, il colera, il vaiolo sono state almeno in Occidente debellate, il loro incubo tuttavia si ripropone a ogni nuova epidemia. La portata semantica che connota il termine virus riemerge all’apparire di ogni male sconosciuto e apparentemente incontrollabile. L’origine di queste nuove patologie appare misteriosa, oscura. L’Aids quanto l’Ebola, il Carbonchio quanto l’Antrace, il ritorno di alcuni malanni arcaici quanto la comparsa di nuove armi per guerre batteriologiche, il timore per la loro pericolosità letale, si traducono nell’ossessione relativa al loro possibile uso. Riprodotti in laboratorio, questi morbi possono infatti diventare temibili armi del terrorismo. Come questi microscopici nemici della salute, i terroristi sono un nemico celato negli interstizi della nostra società, del nostro stesso corpo. Dai virus letali fino alle invasioni aliene, dagli ultracorpi ai kamikaze, l’incubo dell’infiltrazione invisibile lega il gruppo, può provocare guerre e pulizie etniche. La metafora virale è così associata a ogni nuovo pericolo che ne riprende i tratti e le sembianze: epidemie di virus elettronici, diffusione delle notizie e delle disinformazioni o, addirittura, l’agire stesso della comunicazione, contagio delle idee, virus della mente. Il virus elettronico, come la leggenda, il pettegolezzo o anche l’Aids, utilizza i nostri stessi canali di comunicazione, è un pericolo temibile proprio perché sorge dalla nostra stessa inesauribile necessità di comunicare, viaggiare, scambiare . La forza metaforica della malattia , ora come in passato, permette l’uso del suo rappresentante emblematico per demonizzare e rappresentare il Male. La metafora si trasfigura in metonimia, diventa un semplice segno per rappresentare questi pericoli. Il virus diventa così una musa per la fantasia degli autori dell’industria culturale, l’incubo del contagio diviene un perfetto cliché. L’immaginario cinematografico è spesso costellato da attacchi infiltranti, subdoli, inesorabili. Tanto il virus è forte nel nostro immaginario, tanto diventa comprensibile e verosimile nelle nostre vite. Il virus, infatti, non è solo un modello ma uno sguardo, una modalità di analisi che appare efficace quando strumenti e tecnologie agiscono in modo inavvertito, subliminale: quando le folle e le reti dominano la scena e le idee appaiono diffondersi per imitazione o contagio; quando nessuna autorità o governo pare dirigere i sistemi complessi; quando questi ultimi appaiono funzionare come organismi o mega-macchine; quando i segni, come le merci, si riproducono senza sosta perdendo di significato, quando il loro fine unico sembra la semplice riproduzione; quando la contaminazione e la confusione dei confini appare la norma; quando gli effetti sembrano soverchiare le cause. Gustave Le Bon e Gabriel Tarde spiegavano con la metafora del contagio il comportamento delle masse. Marshall McLuhan e William Burroughs sottolineavano i cambiamenti virali, inavvertibili, prodotti dalle nuove tecnologie, nello stesso modo in cui oggi la memetica di Richard Brodie e Francesco Ianneo e le spiegazioni antropologiche di Dan Sperber e Serge Latouche utilizzano gli strumenti dell’epidemiologia per spiegare il comportamento dei sistemi complessi, l’immagine del virus per spiegare la comunicazione. Per illustrare questa complessità, il pensiero virale appare il più fecondo perché collega campi disparati e guarda non al funzionamento normale ma alle patologie, non alla regola ma all’eccezione, anzi all’eccezione per scorgere la regola. Se è vero che, come scriveva Friedrich Nietzsche, essere malati è istruttivo, filosofi come Gilles Deleuze e Felix Guattari e sociologi come Jean Baudrillard ci sembrano i più adatti a introdurci alla virologia, osservatori come sono stati del flusso ma non della struttura, dell’insensato e del complesso, dell’ironia e dell’immoralità del mondo. L’espressione media contagioso è stata coniata da Jonah Peretti, l’autore di alcuni dei più riusciti ed intelligenti esperimenti di diffusione virale. Secondo Peretti, il capitalismo globale ha prodotto centinaia di milioni di impiegati annoiati che passano il tempo a navigare in internet e inoltrare e-mail. Impiegati che hanno inavvertitamente creato il Bored at Work Network (BWN), che è diventato il più grande media alternativo a quelli corporativi. Il suo auspicio è che artisti, attivisti e hacker utilizzino questo network per arrivare a milioni di persone in tutto il mondo. Si può dire che i media contagiosi siano discendenti più o meno legittimi del viral marketing, ossia di quell’insieme di tecniche rivolte allo sfruttamento di network sociali preesistenti al fine di incrementare la visibilità di un marchio. Il termine era inizialmente riferito ai servizi di posta elettronica che non richiedevano il pagamento di un abbonamento, ma si riservavano il diritto di inserire messaggi pubblicitari in calce alle e-mail dei propri utenti. Ora il concetto si è esteso a tutte le pratiche che sfruttano i meccanismi di diffusione virale in rete. Un tipo di diffusione che procede esponenzialmente in maniera simile alle epidemie. L’obbiettivo dichiarato del viral marketing, o viral advertising, è quello di spingere le persone a condividere con i propri conoscenti un messaggio pubblicitario. Un messaggio che di norma è confezionato come prodotto di intrattenimento o come notizia e, quindi, non è percepito come comunicazione commerciale in senso stretto. Parallela a quella commerciale, esiste una sconfinata produzione spontanea di media contagiosi. Farne una tassonomia sarebbe un lavoro notevole, il panorama è in continua evoluzione e basta avventurarsi nei meandri della rete per scoprirne ogni volta di nuovi. Tuttavia, possiamo individuare alcune categorie ben riconoscibili. Spiccano per notorietà i filmati amatoriali come Numa numa dance, la cui estetica fai-da-te si sta rapidamente diffondendo al di fuori dalla rete. Non è un caso che le nuove sequenze di intermezzo di MTV abbiano abbandonato la grafica vettoriale, anch’essa mutuata dal design manieristico della rete, per mostrare gag demenziali del tutto simili a quella di Gary. Esistono poi animazioni, videogames, files audio, presentazioni in formato Power Point e contenuti testuali come barzellette. Una categoria a parte è quella degli hoax, notizie false confezionate ad arte per venire riprese dai grandi e piccoli media. Accanto agli hoax possiamo collocare l’evoluzione digitale delle catene di S. Antonio, messaggi di posta elettronica che spaziano dalla richiesta di aiuto ad allarmi di nuovi virus informatici. Il fine è quello di coinvolgere emozionalmente il lettore, approfittando di una sua lettura superficiale e della relativa facilità con cui è possibile inoltrare le e-mail. Ma i media contagiosi sono media? Shannon, Weaver e Lasswell modellizzarono i mezzi di comunicazione come macchine per la trasmissione di messaggi. Nella loro logica, rigidamente inquadrata nella teoria dell’informazione, la trasmissione avveniva attraverso l’uso di un canale e di un codice indivisibili, da un emittente ad un ricevente e viceversa. Ad oltre mezzo secolo di distanza la chiave di lettura mediologica ha avuto un discreto successo. Seguendo il suggerimento di Marshall McLuhan, possiamo considerare persino le armi o i vestiti come mezzi di comunicazione e quindi immaginare il pianeta rivestito da una trama inestricabile di flussi di comunicazione tecnologicamente mediati. Il sistema dei media è più simile ad un gioco di scatole cinesi, in cui emittenti, riceventi e canali si confondono su vari piani, mentre alcuni mezzi sono a loro volta messaggi di altri mezzi. I media contagiosi rientrano in questa fattispecie, non sono di per sé sufficienti ad attuare un processo di comunicazione, ma devono sfruttare in maniera parassitaria altri mezzi. Il tessuto che infettano è quello che ribolle sotto la superficie commerciale di internet. Quell’insieme di microreti costruito dal basso dal lavoro volontario degli utenti attivi di internet. Una costellazione di liste di indirizzi, newsletter, portali e blog che si impongono grazie alla loro funzione di riduttori di complessità. Soprattutto questi ultimi, i diari online, determinano il successo dei media contagiosi perché sono utilizzati da moltissimi utenti come bussole per orientarsi su tutto quello che accade in rete e, allo stesso tempo, come raccoglitori di news curiose e bizzarre. Nella maggior parte dei casi, il blog, preso singolarmente, ha un bacino di lettori molto limitato, ma è frequentato da altri blogger che possono scegliere di ripubblicare la notizia facendola filtrare in un altro piccolo bacino. La cosiddetta blogosfera è un sistema di vasi comunicanti in cui la ridondanza dell’informazione è una caratteristica strutturale. Gli entusiasti del world wide web raccontano spesso della rivoluzione culturale che comporta il passaggio da una comunicazione uno – a-molti verso un modello molti – a-molti . I vecchi mezzi di comunicazione di massa come le radio, i giornali e le televisioni funzionano secondo una struttura centralizzata e unidirezionale in cui uno, o comunque pochissimi, enunciatari dispongono di un mezzo infinitamente potente per raggiungere una gran numero di riceventi passivi. La diffusione dell’infotelematica e dell’elettronica di consumo provoca una moltiplicazione degli enunciatari, in un sistema per il momento parallelo e concorrente a quello dei vecchi media. Un sistema per forza di cose più democratico e pluralista. Il presupposto che regge questi schemi è che le frecce corrispondano ad effettivi atti di enunciazione. Nel caso dei media contagiosi questo non avviene: i canali utilizzati sono quelli che rendono possibile la comunicazione molti – a-molti ma, dal punto di vista della produzione del senso, il meccanismo rimane nel campo dell’uno – a-molti. Chi parla è sempre un soggetto, ma in questo caso cerca di integrare (i guru del marketing usano la parola evangelizzare) i propri destinatari nel meccanismo di diffusione.
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