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Charles Sanders Peirce

Per il filosofo Charles Sanders Peirce (1839 – 1914), il segno è la risultante del rapporto d’interazione tra il veicolo segnico, l’interpretante (l’elemento di mediazione) e il referente (l’oggetto reale). I rapporti tra il veicolo segnico e l’interpretante, e tra l’interpretante e il referente sono diretti; tra il veicolo segnico e il referente, invece, il rapporto è sempre mediato da una chiave d’accesso alla realtà.

Interpretante



Veicolo SEGNO
segnico Referente

Triangolo semiotico di Peirce

Definito il segno, Peirce propone una tassonomia rappresentativa/referenziale in cui distingue i segni in simboli, icone e indici in funzione del rapporto che essi hanno con il loro denotato:
1.  negli indici la relazione tra segno e cosa denotata è di tipo contiguo, o in connessione fisica con l’oggetto: l’indice intrattiene, cioè, un rapporto esistenziale con l’oggetto che significa. Esempi di indici sono la banderuola, la stella polare, le lettere apposte alle figure geometriche. Venendo meno la contiguità, anche l’indicalità del segno viene persa: un pronome contenuto in un dizionario, ed esempio, non è più indice, perché persa la contiguità non è più in grado di indicare un oggetto specifico nella realtà;
2.  nelle icone il rapporto tra il segno e la cosa denotata è di analogia, somiglianza o metafora: è icona, ed esempio, l’insegna WC accompagnata dall’immagine stilizzata di un uomo o di una donna. E’ importante notare come la scelta dell’analogia usata, e dunque delle qualità pertinenti del segno, sia di per sé un forte punto di vista in base al quale è possibile caratterizzare l’interpretazione di una funzionalità o di un contenuto;
3.  nei simboli la correlazione significato/significante è arbitraria e convenzionale: la parola casa indica in italiano una costruzione destinata ad uso abitativo solo perché così è stato deciso in modo convenzionale.
Ulteriori distinzioni possono essere introdotte considerando il segno dal punto di vista del mittente, dell’universo del discorso e del destinatario. Dal punto di vista del mittente, ovvero di colui che fa il segno, questi possono essere distinti secondo criteri diversi.
1.  I segni possono essere volontari o non volontari, a seconda che siano prodotti consapevolmente o inconsapevolmente. Un esempio di segno volontario è l’espressione Mi passi il bicchiere?, accompagnata da un gesto di indicazione; un esempio di segno involontario è, invece, un tic nervoso. Oggi, tutta la sintomatologia medica si basa su segni involontari;
2.  I segni possono essere intenzionali o non intenzionali, a seconda che li si producano per essere interpretati o senza volerne un’interpretazione. La distinzione tra volontarietà e intenzionalità è molto sottile. L’imbracatura utilizzata da chi pratica bungee jumping può essere considerata un segno che ne permette il riconoscimento volontario ma non intenzionale, poiché utilizzarla non ha per costoro la primaria finalità di farsi riconoscere. Il caso di un segno volontario e intenzionale è molto comune: si verifica ogniqualvolta utilizziamo volontariamente un simbolo per evocarne il senso associato. Utilizziamo un segno volontario e intenzionale, ad esempio, quando suoniamo il clacson nell’intento di trasmettere all’automobilista davanti alla nostra vettura, ancora immobile nonostante sia già scattato il verde, il messaggio Muoviti! Il semaforo è verde! I segni non volontari e non intenzionali più comuni sono i tic nervosi. E’ invece impossibile pensare a segni non volontari e intenzionali;
3.  Posso essere, ancora, espressivi o comunicativi, a seconda che esista o meno un destinatario che interpreti i segni, trasformando la loro semplice trasmissione in comunicazione. Tutti i segni espressivi sono potenzialmente comunicativi. Una donna vestita di nero produce un segno espressivo della sua condizione di lutto, ma non comunicativo se non è presente nessuno che possa interpretare il significato del colore indossato.
Rispetto alla relazione segno-universo del discorso, distinguiamo i segni in base:
1.  alla forma: il segno può essere naturale, come l’impronta digitale, o culturale, come il colore indossato indicante lutto per culture diverse;
2.  alla relazione esistente tra il significante e il significato: il segno può, da questo punto di vista, essere portatore di un contenuto stabile o circostanziato e dipendente dalla situazione di contesto;
3.  alla relazione esistente tra significante e denotato: la distinzione è tra icone, indici e simboli di matrice peirceiana;
4.  all’organizzazione: i segni possono essere isolati, in serie, ovvero più veicoli per lo stesso referente, o sistematici, ovvero un sistema chiuso e internamente consistente di segni.
Dal punto di vista del destinatario del segno, colui al quale si fa segno, distinguiamo:
1.  segni felici, che sono quelli interpretati correttamente dal destinatario;
2.  segni infelici, ovvero semplici oggetti per il mittente erroneamente interpretati come segni dal destinatario. E’ il caso di abiti di colore nero, interpretati come segni espressivi di una condizione di lutto ma, in realtà, semplice espressione di gusto personale;
3.  segni concorrenti, che sono quei segni che vengono interpretati diversamente dall’emittente e dal destinatario.

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