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Herbert Marshall McLuhan
Se una citazione può sintetizzare un uomo, la sua opera, i suoi studi e il suo pensiero, allora Herbert Marshall McLuhan è in queste poche parole:
“Il medium è il messaggio.”
McLuhan, uno dei mostri sacri della storia della comunicazione, consapevole di trovarsi nel pieno di una rivoluzione mediatica, nella duplice veste di attore e spettatore, oltre ad individuare le caratteristiche dei vari media (estensioni di noi stessi, li definiva), ha studiato le conseguenze, individuali e sociali, della loro diffusione. Le tecnologie, insomma, non si limiterebbero a semplificare la nostra vita quotidiana, a ottimizzare spazi e tempi, a introdurre nuovi strumenti di comunicazione. Chi crede di potersi servire dei media, controllarli, sfruttarli, senza lasciare nulla sul campo, sostiene McLuhan, si sbaglia di grosso. Ciò che non ha alcuna conseguenza, ciò che è solo funzionale per chi lo fruisce, è il contenuto del medium. Il suo messaggio, invece, è tutto ciò che implica: l’alterazione delle proporzioni, dei ritmi, degli schemi. È la natura dei media a fare la differenza, non l’uso che noi decidiamo, o tentiamo, di farne; anzi, avverte McLuhan, più siamo convinti di dominare le tecnologie, più finiremo per essere in loro potere. Niente che riguardi i media può considerarsi neutro, privo di risvolti. C’è un equivoco di fondo: gli strumenti del comunicare, espressione che è il titolo nella traduzione italiana del testo di McLuhan Understanding media: the extensions of man, non diventano buoni o cattivi a seconda dell’uso che decidiamo di farne. È tutto già scritto nel mezzo: il senso del comunicare, la forma e il contenuto del messaggio. Secondo McLuhan, in definitiva, i media sono una sorta di sottile membrana sistemata tra noi e il mondo esterno. Da loro dipende la nostra percezione di quanto ci circonda, dalla visione d’insieme ai contorni più sfuggenti. E pensare che il medium di riferimento di McLuhan, quello con cui si è misurato nel suo percorso teorico, è stata la televisione, di cui ha scritto, alla fine degli anni ‘70:
“Lo schermo della tv riversa in te quell’energia che paralizza l’occhio; non sei tu che la guardi: è lei che sta guardando te.”
[Considerato a volte come un eretico “è stato il primo a spiegare i modi in cui i media ristrutturano la percezione e come questa a sua volta condiziona la società” (Derrick De Kerckhove “Così io ricordo il mio strano maestro” da La Repubblica del 27 dicembre 2004, testimonianza scritta dallo stesso De Kerckhove in occasione dei 25 anni trascorsi dalla scomparsa di McLuhan). Il concetto fondamentale proposto da McLuhan, derivato direttamente dall’equazione medium=messaggio, è la distinzione tra media caldi e media freddi. Una dicotomia necessaria ad evidenziare quanto le due tipologie siano utili per la comprensione della realtà fenomenica dei mass media. I media caldi sono quelli con un’evidente tendenza alla detribalizzazione, all’indebolimento delle strutture tribali, costituite da ogni singolo nucleo sociale. Nella sua opera “Understanding media”, McLuhan ci propone, come esempio di detribalizzazione, quanto avvenne nel momento in cui i missionari diffusero le scuri di acciaio tra gli aborigeni australiani: “la loro cultura, basata sulle scuri di pietra, si dissolse. Questi utensili non soltanto erano pochi, ma erano sempre stati un simbolo di fondamentale importanza, dello status virile” (Marshall McLuhan, “Gli strumenti del comunicare”, Milano, Net, 2005, p.33). Media caldi sono la ruota, la scrittura, il denaro, tutti quei mezzi che imprimono accelerazione specialistica negli scambi, frammentando le strutture gerarchiche e giungendo a sovvertire l’ordine della stessa società, riscrivendone le abitudini. Per contro, i media freddi, portano ad una ritribalizzazione, specie in funzione dell’elettricità, nuova pelle del genere umano, che permette la diffusione di radio, televisione, telefono, considerati media freddi per la capacità di coinvolgimento ed il tipo di accelerazione non specialistica che imprimono, grazie alla stimolazione di più sensi. La sola eccezione contemplata sono i giornali, definiti da McLuhan “semiriscaldati” perchè incanalano i messaggi di radio e televisione e ci permettono di avere con questi ultimi un rapporto tattile. Del resto la stampa incarna un altro nodo dell’analisi di McLuhan, soprattutto ne “La galassia Gutenberg” in cui la nascita della stampa e il processo tipografico vengono rappresentati alla luce di un revisionismo mediale del passaggio da cultura orale a cultura scritta. (Francesca Penza)]
Qualche anno dopo, il suo più fedele discepolo, Derrick De Kerckhove, ha cominciato a misurarsi con un altro schermo: quello del Pc. Ma questa è un’altra storia. In uno scritto del 1964, Marshall McLuhan, studioso delle comunicazioni di massa, parlava di un’epoca elettrica che si sostituiva alla passata epoca meccanica e tracciava un accurato ritratto di un uomo nuovo, un abitante del villaggio globale, ancora sospeso tra le due tecnologie, due modi diversi di agire e pensare. Definisce quest’uomo alla ricerca dei suoi valori e della sua integrità con un ritorno al passato per poi congiungerlo al futuro; un uomo che pretende di comprendere fino in fondo la propria indole, consapevole dell’agire, ma bisognoso di chiarezza nel caos delle informazioni. Quest’uomo vive in un’unica realtà, il mondo intero, ed è attore e spettatore e deve lavorare per costruire le proprie responsabilità perché davanti a lui si presenta una realtà ricca di scambi, influenze, confronti tra tutte le sue parti improvvisamente collegate l’una con l’altra da un afflusso continuo di dati. Un’interconnessione che lo costringe ad essere vigile per prevenire la distruzione di una qualsiasi parte dell’organismo che può risultare fatale per il tutto. L’espressione “villaggio globale” è il fortunato ossimoro inventato da Marshall McLuhan per descrivere la situazione contraddittoria in cui viviamo. I due termini dell’enunciato si contraddicono a vicenda: il termine “villaggio” esprime qualcosa di piccolo, mentre “globale” sta a significare l’intero pianeta. McLuhan ha forzato il linguaggio per meglio esprimere una situazione inedita e difficilmente rappresentabile. Per capire cosa intende McLuhan con tale espressione, possiamo immaginare il mondo popolato da giganteschi dinosauri, o da gatti con gli stivali, che con pochi balzi lo percorrono da un capo all’altro. Quello che prima era gigantesco, grazie alle nostre potenti invenzioni tecnologiche-i magici stivali-è diventato piccolissimo, percorribile in lungo e in largo. La metafora degli stivali prende in considerazione solo l’ambito degli spostamenti, ma quello che rende il mondo un villaggio globale non è solo la possibilità di muoversi rapidamente da un punto all’altro. La globalizzazione agisce a molti livelli che interagiscono e si rinforzano reciprocamente. La globalizzazione investe ogni campo ed il risultato, l’effetto di questo fenomeno è che quello che accade in un punto qualsiasi del pianeta è come se avvenisse sotto casa, accanto a noi, come se vivessimo in un immenso villaggio. Per McLuhan, per creare un mondo globale c’è bisogno di una fusione organica tra tutte le funzioni frammentarie e lo spazio totale. In conclusione, il processo di formazione dell’uomo moderno risulta apparire più complesso di quello del villaggio globale dal momento che entriamo nel nuovo millennio ancora carichi del passato e bisognosi di autodefinirci, sia come singoli che come abitanti di un solo unico mondo.
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