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Visualizza Introduzione 2007. Era della Sorveglianza Digitale

./2007. Era della Sorveglianza Digitale

“Sei obbediente. Sei un consumatore. Compri spazzatura della quale non hai alcun bisogno. Compri un paio di scarpe da tennis da 200 dollari, perché le usa Magic Johnson. E non rompi le scatole a nessuno.” (Noam Chomsky, “Il potere dei media”, 1994)

“Ho imparato la tua lingua per farti pesare di più i miei silenzi” (Creanza, Frigidaire, 1991)

Non abbiamo bisogno di comunicazione, al contrario ne abbiamo troppa. Abbiamo bisogno di creatività. Abbiamo bisogno di resistenza al presente.(Gilles Deluze e Felix Guattari)

La terza rivoluzione industriale, scoppiata tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, ha rivoluzionato gli strumenti della comunicazione, della trasmissione, dell’elaborazione e dell’utilizzo delle informazioni, attuando una trasformazione industriale simile a quella apportata dal treno o dall’elettricità. Le nuove possibilità di gestione, oltre alle crescenti qualità di trattamento e velocità di trasmissione dell’informazione, hanno dato vita ad una nuova economia: è la cosiddetta “new economy”, frutto di ondate successive di innovazione tecnologica iniziate negli anni ‘60 nel campo dell’hardware, proseguite poi con lo sviluppo dei software e l’introduzione dei browser commerciali per la navigazione in Internet negli anni ‘90, e culminate con l’introduzione nel mercato delle nuove tecnologie e dei sistemi wireless (senza fili). Il concetto di “società dell’informazione” nasce da quello di new economy come generalizzazione degli effetti di una trasformazione che dal settore economico investe anche quello sociale, culturale e politico. Oggi, la società dell’informazione vive la sua più piena trasmutazione, la sua frenetica evoluzione verso una nuova “società della sorveglianza digitale”: l’introduzione massiccia delle tecnologie della comunicazione a base informatica comporta un salto di qualità rispetto ai tradizionali meccanismi del controllo sociale e politico, introducendo dei cambiamenti qualitativi e quantitativi nella natura stessa della sorveglianza. Le società disciplinari, che Michael Foucault ha collocato tra il Diciottesimo e il Diciannovesimo secolo e che giungono al loro apogeo all’inizio del Ventesimo, hanno proceduto all’organizzazione di grandi ambienti di reclusione. L’individuo non cessa di passare da un ambiente chiuso all’altro, ciascuno dotato di proprie leggi: dapprima la famiglia, poi la scuola, poi la caserma, poi la fabbrica, ogni tanto l’ospedale, eventualmente la prigione, che è l’ambiente di reclusione per eccellenza. Ma le società disciplinari conosceranno a loro volta la crisi a vantaggio di nuove forze, che si metteranno lentamente al loro posto, precipitando dopo la seconda guerra mondiale: non c’è bisogno della fantascienza ma, purtroppo, della condizione storica della realtà, per concepire un meccanismo di controllo che dia in ogni momento la posizione di un elemento in un ambiente aperto, animale in una riserva, uomo in una impresa. Una crisi generalizzata ha coinvolto tutti gli ambienti classici di reclusione, come la prigione, l’ospedale, la fabbrica, la scuola e la famiglia: oggi la dialettica del controllo si concentra nell’osservare come l’evoluzione della società della sorveglianza digitale non derivi semplicemente dal progresso tecnologico, quanto soprattutto dalla filosofia politica del controllo, che informa ogni società come macchina di organizzazione totale. Applicata alle tradizionali sfere della devianza, criminale e non, al luogo di lavoro nella sua dimensione di potenziale motore del conflitto di classe, utilizzata dal mercato per omogeneizzare e guidare i comportamenti di consumo, la filosofia del controllo, basata sulla raccolta di informazioni personali e, quindi, sulla categorizzazione degli individui, è uno strumento di potere che stabilisce le modalità del comportamento corretto, classificando di volta in volta gli individui come buoni o cattivi lavoratori, consumatori, vicini di casa. Questo obiettivo si rivela anche quando il controllo, quello dello Stato, si presenta come riequilibrio della partecipazione al benessere comunitario, in cui il controllo opera come meccanismo di inclusione ed esclusione sociale rispetto al godimento dei diritti di cittadinanza. Tutte le critiche nel descrivere il nuovo panorama del controllo che rimandano solo alle metafore del Grande Fratello o del Panopticon appaiono, dunque, inadeguate. Il sistema del controllo che oggi si dipana è qualitativamente e quantitativamente differente da quelle elaborazioni, anche se le contiene tutte insieme al suo interno. L’evoluzione delle forme tradizionali di controllo, nonché della teoria che le ha originate, non è più riducibile al solo universo della devianza e dell’organizzazione del lavoro e della macchina-stato, ma si afferma come fattore di controllo del mercato e con esso si mescola. La sorveglianza dei consumi, che non disdegna l’uso illegittimo di dati e informazioni raccolte attraverso le istituzioni degli Stati, si presenta oggi come obiettivo generale di una società già disciplinata, dove la partecipazione sociale e, quindi, il godimento dei diritti di cittadinanza, si identificano con la partecipazione ai meccanismi del consumo, piuttosto che con un codice universalistico eticamente fondato su inalienabili principi umani di libertà e dignità. La sorveglianza del mercato si presenta come parte di un disegno organizzativo, la cui efficacia è legata al comando sulle qualità del potenziale consumatore e si basa sulla precisa conoscenza dei suoi comportamenti di consumo e della sua capacità di spesa. Per conseguire tale scopo, il mercato non solo viola la tradizionale sacralità della soglia domestica, con la posta personalizzata o con le indagini telefoniche, ma interviene nel modellare i comportamenti sociali tout court laddove pianifica, con l’aiuto della statistica geodemografica, l’offerta di merci su segmenti di consumo individuati attraverso la conoscenza delle caratteristiche generali dei consumatori, come l’età, la professione, la residenza, la composizione familiare, il genere. Questa strategia si avvale di modernissimi mezzi di monitoraggio dei comportamenti sociali che, nell’era digitale, coincidono con gli strumenti elettronici, in grado di conservare la traccia dei comportamenti quotidiani: dalle videocamere nel supermercato fino alla posta elettronica, alla pay tv e agli acquisti online via Internet, lo scopo è la precisa rilevazione dei comportamenti di consumo e la loro guida. L’introduzione della biometria e dei sistemi biometrici-identificazione mediante lettura delle impronte digitali-per la sicurezza collettiva e individuale, permettono di avere la massima sicurezza di identificazione personale negli accessi in determinati luoghi, assicurando l’impossibilità di scambio di persona e permettendo il tracciamento dei movimenti di ogni individuo. La metodologia di sorveglianza utilizzata dal mercato trova il suo completamento nella pianificazione capillare dei meccanismi di domanda e offerta, ritagliati sulla conoscenza di attitudini, gusti e preferenze dei consumatori. Le tecnologie della sorveglianza diventano apparentemente meno intrusive, si fanno raffinate e seduttive, ma il loro compito è comunque quello di mantenere l’ordine sociale nelle loro sfere tradizionali: il controllo dell’adesione alla norma in quanto cittadini nello Stato, dei comportamenti di consumo e delle funzioni e dei tempi nella produzione nel mercato e nel lavoro, dei corpi e del pensiero nell’ambito dei comportamenti sociali. Nel terzo millennio, l’uomo vive in una società dominata da quella che può definirsi la volontà alla virtualità. Il mondo della virtualità è una nuova dimensione esistenziale in cui è praticata l’estrazione, dalla specie umana, dell’energia e della forma di vita naturale, per la sua sostituzione potenziale con nuove forme di vita androide. I telelavoratori sono molto vicini, ormai, alla schiavitù, a causa della politica del controllo: lo sviluppo della tecnologia di puntamento, grazie alla quale gli impiegati d’ufficio controllano le azioni sullo schermo dei loro computer semplicemente con le azioni degli occhi, senza dover usare il mouse, porteranno a un controllo continuo, 24 ore al giorno durante il ciclo di lavoro. Una nuova forma di “carne cablata” sta nascendo costruita per l’ufficio del futuro, in cui l’azienda potrà sapere dove si sta lavorando e quando si sta lavorando utilizzando semplicemente una telecamera fissa durante le otto ore di turno di lavoro di ciascuna unità operativa. Carne cablata e pensiero cablato, schiavi del lavoro e schiavi dei consumi, definiscono la nuova identità dell’individuo nel terzo millennio. La pressione che ogni uomo vive di continuo nel corpo e nel pensiero e che, suo malgrado, lo spinge ad essere sempre più omologato, globalizzato, irreggimentato verso il modello unico del consumatore planetario, non è frutto di una naturale tendenza dell’essere umano all’omologazione, bensì il risultato di un’imponete e devastante guerra mediatico-psicologica che ogni anno, e solo negli USA, ha un costo ormai superiore a 200 miliardi di dollari e più sotto la voce pubblicità. Per promuovere una domanda mondiale di prodotti americani, è necessario creare un sistema di bisogni su scala planetaria. Per Coca-Cola, Marlboro, Nike, Levi’s, MTV, Pepsi o McDonald’s vendere prodotti americani significa vendere l’America, la sua presunta prosperità, le stelle di Hollywood . La trasformazione avvenuta dello spazio dei mass media in spazio pubblicitario, inteso come pubblicità di merci, ha trasformato la realtà in una simulazione. La simulazione, e perciò la distruzione, dell’autentico dibattito, prima negli Stati Uniti e poi man mano nel resto del mondo, è ciò che Guy Debord chiamerebbe il primo salto quantico nella società dello spettacolo e che Jean Baudrillard riconoscerebbe come pietra miliare dello slittamento del mondo nell’iperrealtà . La colonizzazione massmediatica della società civile, con le immagini della televisione, si è trasformata in una campagna quasi politica di autopromozione della tecnologia. E nel ventesimo secolo, man mano che telefono, radio e televisione sono diventati veicoli del dibattito pubblico, la natura del dibattito politico si è tramutata in qualcosa di ben diverso da ciò che prevedevano gli autori della Costituzione. Ora i politici sono merci, i cittadini consumatori e i problemi vengono decisi mediante fatti spettacolari: alle manifestazioni politiche, la telecamera è l’unico spettatore che conta. La società dei consumi è diventata il modello del comportamento individuale. Il dibattito è degenerato in pubblicità, e la pubblicità usa il potere sempre maggiore dei mass media elettronici per alterare le percezioni e modellare le idee. Quello che era stato un canale di autentica comunicazione, serve ora ad aggiornare il desiderio commerciale. Quando le persone, rimaste affascinate dalle bacheche elettroniche, diffondono la voce della democrazia magica di queste reti, corrono il rischio di trasformarsi in agenti involontari della mercificazione. L’utente diventa merce e la strategia del capitale, attraverso la società della sorveglianza digitale, si adopera per controllarne l’identità, in modo che sia facilmente vendibile. Ma, nello stesso tempo, in un modo esatto ed eguale, pur avendo a disposizione sistemi di comunicazione di massa, si verifica una grande diminuzione e degenerazione del significato umano. Una degenerazione che non riguarda semplicemente il linguaggio, ma arriva a coinvolgere le prospettive umane: la cultura sta diventando profondamente autistica. Nella sostituzione della realtà con un suo simulacro, nell’uso della seduzione e della fascinazione e di strategie di controllo e manipolazione del linguaggio, il segno linguistico è svincolato completamente dall’obbligo di designare qualcosa di reale. Ciò comporta non soltanto un radicale cambiamento della dialettica tra significato e significante, ma anche di quella tra emittente e destinatario della comunicazione, rendendo così sempre più difficoltosa la trasmissione di informazioni nel processo comunicativo e mettendo in crisi il modello di comunicazione stesso. Il significato veicolato da ogni oggetto, simbolo o segnale, invece di esplicitarsi nella sua performance, implode in se stesso; invece di rimandare a qualcos’altro, contiene le informazioni, le trattiene nella sua stessa espressione. Il sistema di comunicazione, allo stato attuale delle cose, è in grado di produrre realtà artificiali e di suscitare nel fruitore meccanismi interferenziali che sembrano essere naturali o spontanei ma che, in realtà, sono prodotti artificialmente, costituiti dai mezzi di comunicazione stessi. Non si interviene più scientificamente sulla creazione di stati programmati di disinformazione, di rumore per destabilizzare la comunicazione e per mediatizzare la disinformazione. Si verifica una scomparsa progressiva della realtà e del suo significato, coperta da una rete di segni autolegittimantisi, secondo un’intercambiabilità totale che abolisce il senso e che non permette più di distinguere tra reale e modello di riproduzione dello stesso, tra realtà e artificio, tra vero e falso. I media lavorano contemporaneamente alla produzione di senso e alla sua liquidazione, alla produzione sociale e alla sua neutralizzazione. È stato sottolineato molte volte l’effetto paradossalmente disinformativo che ha l’overdose di notizie, caratteristica della società dell’opulenza informativa: ce n’è talmente tanta che si ha l’illusione di essere informati, quando in realtà mancano criteri di selezione, percorsi-guida che ci consentano di costruire sentieri di senso nel bosco dell’accumulazione di notizie, dati e pseudo-informazioni. Ogni giorno si registrano circa 20 milioni di parole di informazione tecnica. Un lettore capace di leggere 1.000 parole al minuto, avrebbe bisogno di un mese e mezzo leggendo otto ore su ventiquattro per aggiornarsi soltanto sulla produzione quotidiana e, alla fine del periodo, sarebbe comunque rimasto indietro di 5,5 anni nelle sue letture! Nell’uscita di un giorno feriale qualunque, il New York Times contiene più informazioni di quanta potrebbe arrivarne a conoscere un cittadino medio durante la sua vita nell’Inghilterra del XVII secolo. Ebbene, mentre la disponibilità d’informazione cresce esponenzialmente, la disponibilità ricettiva del soggetto umano si mantiene costante, quando non decresce, in quanto essa dipende dalla qualità della sua educazione umanistica. E quando la parola trova i media e le sue forme di controllo, ecco che essa vive la sua normalizzazione. Lo spettacolo, l’intrattenimento, il mondo fantastico della pubblicità, l’informazione scandalistica, la disinformazione sono i migliori guardiani della normalità imperante e ne conservano il dominio con una precisa strategia di designificazione della diversità. Un tempo il diverso, colui che volontariamente o involontariamente si poneva al di fuori della Città di Erech perché ne trasgrediva il reticolato della norma, mettendo in pericolo la stabilità della banale socialità del quotidiano, veniva eliminato in pubblico, con esecuzioni violente e simboliche: l’eliminazione era fisica e reale. Oggi l’azione diventa incruenta, la diversità viene emarginata dal reale immettendosi in esso senza fluidità alcuna, tutte le strutture (quelle architettoniche-l’urbanistica del controllo-in testa, ma senza dimenticare quelle politiche, sociali, intellettuali) sono costruite per il normale. Il diverso è ignorato, si finge che non lo si stia nascondendo nel carcere, nell’ospedale, nel mito letterario e nel ridicolo spettatore. Esclusa dalla realtà sociale, la diversità si rifugia nel ghetto dello spettacolo, dove il potere ha trasferito i suoi roghi. Lo spettacolo trasforma la diversità da crepa nel muro dell’equilibrio sociale in merce: i mostri non fanno più paura, ma arricchiscono imbonitori e impresari. I diversi diventano cattivi, e i segni della loro diversità, portati sul corpo e nella psiche, vengono assunti dalle prassi spettacolari come gli indici rilevatori della loro crudeltà. Trasformando il diverso in cattivo, la società dei normali, degli integrati, la società dello spettacolo, insomma, si costruisce l’alibi perfetto per perseguitare ed eliminare, con la violenza o con l’integrazione, chi non può o non vuole starci. L’uomo contemporaneo si aggira tra le rovine di un mondo privo di realtà. Il suo pensiero attraverso lo specchio, strano oggetto, intelligibile; il reale non scompare nell’illusione, è l’illusione che scompare nella realtà integrale. Il delitto perfetto si va dunque compiendo: l’uccisione della realtà si sta consumando con un lento, inesorabile procedere . Sulla scena dell’estasi della comunicazione si agitano gli ultimi spicchi di quell’umanità che vive e respira la società dello spettacolo, della sofisticata dittatura sulla quale regnano i mass media e le nuove tecnologie. La società dei consumi, con la sua capacità di seduzione fondata sullo scambio degli oggetti, che finisce per diventare sistema di segni alterando ogni realtà, asfissia gli uomini attraverso un’iperrealtà dove tutto è finzione, illusione di tangibilità. La trasversalità della simulazione, nel cui ambito rientra il binomio produzione-consumo, è svincolata da qualunque logica classistica: proletariato e borghesia sono complici di un sistema che li sovrasta e li seduce, inghiottendosi in un vortice che non lascia speranze. Il reale riprodotto consiste in un insieme di codici socioculturali e politici di controllo e di strumenti attraverso i quali si comunica; l’oggetto non ha più un valore in sé (il marxiano “valore d’uso”), ma assume quello del segno al quale fa riferimento. Vive così lo scambio simbolico, sempre più distaccato della realtà. Al concetto di alienazione, che la scuola marxiana utilizza nella critica del modello consumista, la nuova società della sorveglianza aggiunge quello di seduzione, per cui sedurre è morire come realtà e prodursi come gioco illusionistico . I media sono il veicolo principale attraverso cui si sviluppano questi processi. Il sistema di potere che uccide la realtà si fonda sulla disinformazione e sulla pubblicità: ogni messaggio, anche il più rivoluzionario, diluito in uno spettacolo dove l’unica capacità di convinzione è quella che porta inesorabilmente a consumare, è svuotato del suo potenziale di persuasione. I messaggi vengono appiattiti: prevale l’illusione, talvolta macabra, della partecipazione alla totalità degli eventi, facendo leva sulla morbosità. Una sensazione pervade e colpisce tutti indistintamente: che tutto sia guidato da una libera scelta anziché, come in realtà avviene, pianificato secondo precise esigenze di natura prevalentemente economica, ma anche politica, destinate ad alimentare il sistema capitalistico-finanziario. La scelta degli oggetti di consumo è di fatto coatta, non ha nulla di personale, gli esperti di sociologia commerciale e i sacerdoti del marketing decidono per tutti: le mode, i gusti, persino i comportamenti sociali sono il risultato di processi stabilmente controllati del Grande Fratello, cui ben pochi riescono a sfuggire. Gli Stati civili occidentali hanno trasformato le forze di controllo dell’intelligence service, piccoli Echelon e Carnivore della sorveglianza digitale, nel braccio armato del potere costituito, che tutto relega nelle maglie della sorveglianza. Nelle società opulente, basate sullo strapotere delle immagini, l’umanità vive un’eterna illusione, è in uno stato di trance dal quale non riesce a risvegliarsi. La realtà virtuale continua a fabbricare senso pur sapendo che non ce n’è. Ma l’illusione radicale, costituita sulla base dei simulacri dell’informazione, è insopportabile per l’essere umano. Ecco allora che ci si rifugia nella simulazione, ovvero nella messa a morte dell’illusione a beneficio di un mondo assolutamente reale. Ci si maschera e ci si inebria di realtà così come ci si maschera di libertà, di emancipazione, di progresso, parole d’ordine di un Occidente sempre più orgoglioso di se stesso: nuovo paradigma sistematico e gerarchico, fabbrica di norme e di legittimità a tempo eterno che ricoprono l’intero spazio mondiale, lo sviluppo del sistema globale, l’Impero Mondiale di coercizione dei vissuti di tutti gli uomini, diventa il pensiero unico dell’esistente. E l’Impero Mondiale produce sperimentalmente stati di disinformazione, i quali chiariscono ampiamente l’effetto delle situazioni in questione sulla vita reale delle persone. Quando le alterazioni disinformative create dall’uomo modificano la percezione della realtà e della verità, scoprirle per comprendere il senso della vita risulta difficile. Con false informazioni su scala mondiale si costruiscono le ragioni delle nuove guerre. Con informazioni costruite e manipolate ad hoc si possono cambiare vissuti ed esperenziali, gettando le persone nel panico mediale. Ed il panico mediale è sempre stato usato dalle ragioni del sistema, dall’ordine dell’Impero per manipolare le coscienze collettive e nascondere i propri errori e le proprie crudeltà. E se il linguaggio è diventato la forma più avanzata di comunità, che non esiste al di fuori di esse, la comunicazione è al tempo stesso il corpo del sapere, insieme di conoscenze, di passioni, di visioni, comportamenti, desideri e riappropriazioni; un complesso indistruttibile, indiscindibile, ma anche l’evoluzione dei dispositivi disciplinari, è il meccanismo di potere con cui controllare gli elementi più sottili del corpo sociale e raggiungerne gli stessi atomi, cioè gli individui. La comunicazione articola le tecniche di individualizzazione del potere, ne diventa anima reale e incorporea, elemento dove si articolano gli effetti di un certo tipo di potere e il riferimento di un sapere, l’ingranaggio per mezzo del quale le relazioni di potere danno luogo a un sapere possibile, e il sapere rinnova e rinforza il potere. E quando il linguaggio diventa visivo è il corpo stesso che interpreta e fagocita il comune, assimila e interiorizza i differenti dispositivi di riduzione della soggettività, del dominio sul linguaggio dei corpi e sui corpi. La comunicazione diventa l’intersezione tra il potere e la vita. La presunta civiltà occidentale ritornerà al mitologico scontro tra Gilgamesh, sovrano della città di Erech (o Uruk), e il selvatico Enkidu, simbolica metafora dell’incluso nella città degli uomini e dell’escluso da essa . Un muro, un recinto di mura ancora più alto e invalicabile, che marca la differenza tra esclusi e inclusi, instaurando dispositivi relazionali fondati sulla dicotomia inclusione-esclusione, che non soltanto gerarchicamente rende inferiore gli esclusi agli inclusi, ma assai peggio li priva della loro qualità specifica rendendoli non-umani, inutili al sistema. Una linea di demarcazione netta che pone da una parte chi potrà essere utilizzato dal sistema di produzione, in particolare quello tecnologico, e dall’altra, con gli esclusi alla tecnologia, coloro che possono gestire in maniera critica e antagonista la stessa, per promuovere spazi di libertà e autonomia vitale. Al dio che consiglia le leggi da scrivere su stele, si sostituisce l’Impero della istituzionalizzazione totale, ma il meccanismo non cambia: nell’era della società della sorveglianza digitale cambiano solo gli strumenti e i dispositivi, che sono interiorizzati in un modo così normalizzato fino al punto di apparire a ciascun cittadino la fonte più intima della propria autonoma coscienza. Il buon cittadino, il cittadino normale, è per così dire un incluso perfettamente addomesticato, adattato, conformato, normato e inserito nel ciclo di produzione; educato, quindi, ad una certa gamma di discipline che omologano insieme all’anima il suo corpo. Murato fuori e murato dentro, ma inconsapevolmente cieco rispetto all’esistenza di quelle mura. Alla perimetrazione esterna, ieri della città-stato, oggi dell’ Impero globale, corrisponde la perimetrazione interna del suo sguardo, dei suoi sensi, del suo stato ordinario di coscienza indotto a disconnettere da sé quanto viene sovranamente riprovato e condannato all’esclusione: ciò che viene messo fuori luogo comune esteriore dovrà essere nel contempo disaggregato e disconnesso interiormente. Un potere istituente che fonda la regola impalpabile della relazione con chi è fuori dal luogo comune. E questa regola stabilisce, per quanto la riguarda, anche la sua dogana: all’Alt! che essa decreta ci si dovrà fermare, altrimenti si entrerà nella pena oppure in guerra. Alle soglie del Terzo Millennio l’Impero , sistema produttivo e politico globale dell’unico esistente possibile, espropria tempi, energie e saperi, riduce continuamente gli spazi di autonomia e criticità, riducendo capacità e valori a rotelle di un’assurda macchina, volta a produrre infelicità e trarne profitto.