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John L. Austin

Soffermandoci in modo particolare sulla comunicazione verbale, ogni enunciato prodotto costituisce un atto linguistico. La più importante teoria degli atti linguistici è stata elaborata da John L. Austin (1911 – 1960), filosofo analitico del linguaggio. Il concetto centrale della filosofia analitica del linguaggio è che parlare è agire. Sulla base di tale assunto, il fenomeno linguistico viene considerato dal punto di vista pragmatico, cioè si considerano gli enunciati

“in quanto prodotti da proferimenti del parlante in situazioni determinate. Proferimenti che equivalgono ad atti di dire qualcosa, ma anche, e in vari sensi, a delle azioni “.

Austin intuì che produrre un enunciato vuol dire fare contemporaneamente tre cose distinte, compiere tre atti: di qui la possibilità di descrivere l’atto linguistico su tre livelli differenti, a partire dalla sua formulazione sino ai suoi effetti nel contesto extralinguistico.
1.  Ad un primo livello individuiamo l’atto locutivo, o locutorio, che consiste nel formare una frase in una data lingua, una proposizione con la sua struttura fonetica, grammaticale e lessicale (ad es. Francesco mangia come struttura SN + SV, costituita da due parole a loro volta create a partire da specifici fonemi, con un certo significato denotativo,…). Detto altrimenti, l’atto locutorio è l’atto di dire qualcosa, sia come attività fisica necessaria a produrre l’enunciato, sia come conoscenza della grammatica della lingua usata, sia come conoscenza del senso e del riferimento dei vocaboli usati.
2.  Ad un secondo livello, l’atto illocutivo, o illocutorio, è l’atto che consiste nel dire qualcosa, nell’intenzione con la quale e per la quale si produce la frase, nell’azione che si intende convenzionalmente compiere dicendo quell’enunciato (ad es. Francesco mangia nel suo valore di dare un’informazione, descrivere, fare un’affermazione). Ogni enunciato possiede una propria e specifica forza illocutiva. Per esempio, una frase proferita da un parlante o scritta da un autore può avere la forza illocutoria di una promessa, di una minaccia o di una semplice affermazione. Il destinatario riconosce la forza illocutoria di un atto linguistico per mezzo di indicatori contenuti nei discorsi orali o scritti. È questo il livello che la filosofia analitica del linguaggio ha maggiormente approfondito e che è più interessante, se si vuole affrontare un’analisi del discorso.
3.  Ad un terzo livello, infine, l’atto perlocutivo, o perlocutorio, è l’atto che consiste nel fare qualcosa, che produce sempre effetti e conseguenze. Il perlocutivo può essere definito anche come l’atto che consiste nell’effetto che si provoca, e si ha intenzione di provocare, nel destinatario del messaggio, nella funzione concreta effettivamente svolta da un enunciato prodotto in una determinata situazione (ad es. Francesco mangia può valere, da questo punto di vista, come sollievo per gli amici di Francesco che temono per la sua salute).
La frase Chiuderesti la porta? ha la struttura grammaticale di una frase interrogativa (atto locutivo), il valore di una richiesta o un ordine (atto illocutivo), l’effetto di ottenere che venga chiusa la porta (atto perlocutivo), sempre che la sua forza illocutiva riesca a raggiungere l’obiettivo voluto. Perché un atto linguistico sia appropriato, esso deve rispondere ad alcune condizioni. Per prima cosa, devono essere soddisfatte alcune condizioni preparatorie che riguardano le conoscenze, i desideri e le credenze del parlante e del destinatario. Per esempio, una promessa ha come condizione che l’atto riguardi qualcosa di piacevole per il destinatario, un’asserzione che l’atto riguardi qualcosa che il destinatario non sa e si presume che voglia sapere. Esistono, poi, vere e proprie condizioni di sincerità, necessarie in quanto l’atto linguistico è legato convenzionalmente al significato ed alle intenzioni del parlante. Per esempio, una richiesta è sincera se il parlante vuole effettivamente che il destinatario faccia quanto richiesto. Vi sono, poi, condizioni essenziali che caratterizzano ogni singolo atto linguistico in modo specifico. Per esempio, una promessa ha come essenziale che il parlante si assuma un obbligo, un ordine presuppone come essenziale un voler far fare qualcosa a qualcuno. Infine, vi sono condizioni sociali che riguardano la posizione sociale di chi compie l’atto e del destinatario. Per esempio, è un giudice in un processo ad assolvere o a condannare, un superiore in un esercito a dare ordini. Queste condizioni di felicità di un atto linguistico sono necessarie per un suo successo, il che avviene quando il destinatario riconosce esattamente il significato voluto dal parlante. Sia nei discorsi orali che in quelli scritti, possono essere riconosciuti indicatori di forza illocutoria che aiutano a disambiguare un atto linguistico. Per esempio, in un discorso orale è importante l’intonazione della voce, in un discorso scritto sono importanti i segni di interpunzione e l’ordine delle parole e, in entrambi i casi, sono importanti indicatori di forza illocutoria i modi verbali. Tuttavia, non è possibile stabilire la forza illocutoria di un atto linguistico considerandone solo il contenuto semantico, indipendentemente dal contesto in cui si trova. Gli indicatori di forza puramente linguistici possono anche essere in contrasto con le circostanze di proferimento. Il valore illocutorio di un atto è indecidibile a prescindere dal particolare contesto in cui viene pronunciato, dalle relazioni intercorrenti fra i suoi partecipanti, dai rapporti gerarchici e di potere che li legano, dalle rispettive credenze, aspettative, desideri e volontà. Nella sua riflessione teorica, Austin procede ulteriormente, tentando una propria classificazione degli atti linguistici in :
1.  atti verdittivi, che esprimono, in base a prove o ragioni, un giudizio di valore o di fatto. Verbi di questa categoria sono, per esempio, valutare, giudicare, descrivere, analizzare;
2.  atti esercitivi, che esprimono una decisione pro o contro una linea d’azione e tendono a dirigere il comportamento del destinatario. È il caso di verbi come ordinare, comandare, dare istruzioni, vietare;
3.  atti commissivi, che impegnano il parlante ad una certa linea d’azione. È il caso di verbi come promettere, giurare, garantire;
4.  atti espositivi, che servono ad esprimere i propri punti di vista, le proprie argomentazioni e a chiarificare l’uso o il riferimento delle parole. È il caso di verbi come affermare, negare, accettare, classificare;
5.  atti comportativi, che esprimono le reazioni del parlante a comportamenti od atteggiamenti appena passati o immediatamente futuri degli altri. È il caso di verbi come chiedere scusa, ringraziare, maledire.

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