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John Searle

John Searle (1932), anche lui filosofo analitico del linguaggio, elabora la sua teoria a partire dalla critica alla tassonomia di Austin appena analizzata, non costruita, a suo dire, in base a principi chiari, tanto che si fa confusione tra verbi illocutori e atti illocutori, vi sono sovrapposizione tra le classi verbali e troppa eterogeneità al loro interno. Searle pone come criterio centrale della sua classificazione il concetto di scopo illocutorio. Lo scopo illocutorio è parte integrante della forza illocutoria, ma ne è distinto. Per esempio, richiesta e comando hanno lo stesso scopo illocutorio, cioè il far fare qualcosa al destinatario, ma la loro forza è diversa. Searle propone cinque categorie di atti illocutori:
1.  gli atti rappresentativi hanno come scopo quello di impegnare chi enuncia alla verità della proposizione espressa. Verbi che denotano atti di questa classe sono, per esempio, suggerire, ipotizzare, asserire;
2.  gli atti direttivi hanno come scopo illocutorio quello di costituire dei tentativi di indurre il destinatario a fare qualcosa. Verbi che denotano questa classe sono, per esempio, ordinare, comandare, invitare, sfidare, provocare;
3.  gli atti commissivi hanno come scopo quello di impegnare chi enuncia ad assumere una condotta futura. Un verbo che denota un atto di questa classe è, per esempio, promettere;
4.  gli atti espressivi hanno come scopo quello di esprimere lo stato psicologico a proposito di una proposizione la cui verità è data per scontata. Verbi che denotano questa classe sono, per esempio, chiedere scusa e congratularsi;
5.  gli atti dichiarativi, se eseguiti felicemente, fanno corrispondere contenuto proposizionale e realtà. Essi provocano dei cambiamenti di status nelle persone o negli oggetti a cui si riferiscono, grazie agli indicatori di forza illocutoria in essi contenuti. Verbi che denotano questa classe sono, per esempio, scomunicare, battezzare.
Searle introduce, inoltre,il concetto di atto linguistico indiretto, ovvero quell’atto che, pur appartenendo ad una data classe, ha lo scopo illocutorio tipico di un’altra. Per esempio, se un parlante dice Sono stanco di sentire menzogne, non sta facendo solo un’affermazione, ma sta anche invitando o ammonendo il destinatario a cambiare comportamento, cioè sta proferendo un atto direttivo indiretto. In casi come questo, il parlante comunica più del contenuto semantico della proposizione, facendo appello ad un bagaglio di conoscenze condivise con il destinatario ed alla sua capacità di trarre delle inferenze. Sinora abbiamo considerato gli atti linguistici presi singolarmente come unità. Nei discorsi, però, gli atti linguistici sono organizzati in sequenze e per essere compresi devono essere interpretati come un solo atto linguistico complessivo, una sorta di atto linguistico globale o macro-atto linguistico. La sua comprensione e interpretazione richiede all’ascoltatore, o lettore, capacità di riduzione, integrazione e riorganizzazione dell’informazione ricevuta attraverso operazioni non solo semantiche, ma anche pragmatiche. Individuare l’atto linguistico globale contribuisce a comprendere la coerenza di un discorso, che dipende non solo dalle connessione semantiche o proposizionali, ma anche da quelle relative proprio agli atti linguistici tra loro. Come semanticamente ogni discorso ha un suo argomento o tema, così pragmaticamente è individuabile uno scopo del macro-atto linguistico. Considerando il discorso nella sua globalità, è possibile anche interrogarsi sul sistema di valori e sul modello interpretativo che l’autore usa e che, per questa via, fa implicitamente accettare anche a chi legge. Attraverso lo studio degli atti linguistici possiamo capire come un discorso funziona, con quali strategie è organizzato, qual è il rapporto instaurato tra l’enunciatore ed il destinatario. Per esempio, un discorso costruito su atti verdittivi costruisce un modello dotato di una certa competenza e autorità per esprimere giudizi di valore. Se un discorso, è basato su atti esercitivi, all’enunciatore è attribuita una competenza modale di potere e al destinatario quella di dovere. Se un discorso è, invece, caratterizzato da atti comportativi che esprimono lo stato d’animo dell’enunciatore, questo discorso è fortemente emotivo e tende a suscitare l’adesione e la partecipazione dei destinatari ai sentimenti dell’enunciatore stesso.

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