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La dispositio
La dispositio è la seconda fase dell’articolazione di un buon discorso retorico, quella che insegna le strategie per l’organizzazione delle argomentazioni scelte nella fase dell’inventio secondo un determinato progetto. La dispositivo, dal punto di vista sintagmatico concepisce l’ordine del discorso come una successione lineare delle sue parti, dal punto di vista paradigmatico come un modello al quale il testo deve conformarsi. Dal punto di vista sintagmatico, la dispositio agisce a diversi livelli:
1. stabilisce l’ordine delle sezioni del discorso;
2. determina la successione degli argomenti in ciascuna sezione (conlocatio);
3. ordina le parole nella formulazione dei concetti, figurando anche tra gli strumenti dell’elocutio;
4. svolge un ruolo altrettanto importante nell’actio e nella memoria. Sono, infatti, le strategie dell’ordine a regolare la coordinazione dei movimenti durante la recitazione del discorso, il tono con il quale deve essere pronunciato, l’intensità della recitazione lungo le varie parti. Nella memoria, la dispositivo fissa l’ordine dei luoghi mentali dove gli oggetti da ricordare vengono riposti, distinguendoli in modo che i contenuti non si sovrappongano e la loro memorizzazione sia il più possibile limpida.
La retorica latina ha teorizzato due possibili modelli di dispositio:
1. l’ordo naturalis, ovvero l’ordine canonico e consueto delle parti del discorso in esordio, esposizione, argomentazione ed epilogo;
2. l’ordo artificialis, ovvero qualunque variazione rispetto all’ordo naturalis richiesto dalle circostanze (ad. es la soppressione dell’esordio, cominciando direttamente dall’esposizione dei fatti).
Il modello retorico standard di ripartizione del discorso, introdotto per la prima volta da Aristotele e successivamente modificato dalla retorica latina, prevede l’articolazione di ogni discorso persuasivo in specifiche sezioni.
1. L’enumerazione, che consiste nell’elencare le diverse parti del discorso in modo tale che gli ascoltatori ne possano conoscere sin da principio l’estensione, la scansione e i limiti. La finalità è edonistica: chi intravede la fine del discorso, infatti, sopporta meglio la noia durante il suo svolgimento; l’attesa di ciò che è stato già enunciato mantiene l’ascoltatore in uno stato di attenzione e tensione curiosa. Enumerare serve anche a tracciare lo spazio del discorso, scongiurando a priori potenziali erranze, e a definire la sua estensione tematica, distinguendo rigorosamente tra ciò che è pertinente al suo tema e ciò che non lo è.
2. L’esordio apre la strada e prepara l’uditorio al discorso, ne è il preludio e lo contiene in germe. Il rapporto tra esordio e discorso è di analogia. Ernst Robert Curtius, in Letteratura Europea e Medioevo Latino, ha recensito alcuni tòpoi d’esordio della tradizione retorica:
• la dichiarazione dell’autore di essere stato autorizzato a prendere la parola da un’autorità superiore (ad es. Dio, Verità, Giustizia), spesso associata a falsa modestia;
• la causa scribendi, ovvero le motivazioni che hanno spinto l’autore a prendere la parola;
• la formula della brevitas, legata al luogo del pauca et multi (ad es. Dirò soltanto poche delle molte cose che si potrebbero dire…);
• la dedica;
• l’invocazione alla Musa ispiratrice.
La normativa retorica classica non impone in ogni discorso l’esordio e, quando presente, ne prevede un’estensione, un grado di sviluppo ed elaborazione proporzionale alla difficoltà e al valore della materia trattata.
3. La narrazione, ovvero la presentazione dei fatti raggruppati secondo categorie omogenee, in modo da manifestare gli aspetti dell’indole di chi ne è protagonista, e secondo un ordine dotato di senso. L’efficacia persuasiva del discorso dipende dal rispetto, in fase di narrazione, dei tre requisiti fondamentali della chiarezza, della verosomiglianza e della brevità. Ad esse si aggiunge, come requisito accessorio, quello della piacevolezza: il racconto deve informare ma non annoiare, deve cercare di essere gradevole, al limite accattivante.
4. La digressione, che interrompe la successione ordinata e preannunciata delle parti con una momentanea erranza rispetto al viaggio testuale. La sua posizione non è fissa nell’ordine del discorso ed ha carattere, per così dire, estetico: può funzionare come strumento di amplificazione e innalzamento del registro o contribuire alla coesione e all’uniformità del discorso.
5. L’argomentazione, che è la parte del discorso che richiede all’oratore maggiore sforzo tecnico per una dispositio efficace. L’ordine degli argomenti può essere:
• crescente, collocando i più forti alla fine del discorso. In questo modo, a discorso finito, l’uditorio tenderà a ricordare gli argomenti più efficaci. Il rischio è, però, di annoiarlo all’inizio o addirittura lasciarselo sfuggire lungo il percorso per la debolezza degli argomenti di apertura;
• decrescente, collocando in apertura gli argomenti più forti e procedendo, poi, con i più deboli, più difficilmente dissimulabili;
• nestoriano, che rappresenta una sorta di sintesi degli ordini precedenti, di cui cerca di sanare i difetti. Prevede la collocazione degli argomenti deboli al centro del discorso e quelli più forti all’inizio e alla fine, garantendo all’oratore autorevolezza immediata e assicurando la memorizzazione degli argomenti forti collocati alla fine.
6. L’epilogo, attraverso il quale è possibile ricapitolare i fatti esposti, per il fine della loro memorizzazione presso il destinatario, o eccitarne le passioni, attraverso gli argomenti della indignatio, che genera indignazione, o commiseratio, che genera pietà. Da distinguere sempre l’epilogo dall’interruzione improvvisa del messaggio, di solito dovuta alla scomparsa di uno degli elementi della comunicazione (destinatore, destinatario, contatto,…).
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