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Le leggende metropolitane
Le leggende metropolitane sono il prodotto contemporaneo della tradizione orale per cui la trasmissione di una storia non si verifica da una singola persona ad un’altra ma, solitamente, da un individuo a un gruppo. Il narratore sottolinea i particolari della vicenda a suo giudizio più rilevanti, costruendo l’intreccio del racconto a partire dalle reazioni e dalle aspettative del pubblico, che si manifestano attraverso moduli linguistici, prosodici e prossemici. L’interazione tra narratore ed uditorio determina una rielaborazione della narrazione e contribuisce a fissare certi temi: il prodotto di una narrazione orale è, quindi, il risultato di un’attività cooperativa tra il narratore e l’uditorio, in cui il primo racconta ciò che il pubblico richiede o è disposto a tollerare, vicende la cui pretesa di verità trova fondamento nel contesto storico e sociale di appartenenza. Come già detto, l’accettazione e, di conseguenza, la diffusione, delle leggende metropolitane è fondata sul sapore realistico e il carattere contemporaneo delle storie: per soddisfare questa esigenza di attualità, ogni mutamento del contesto sociale si riflette in una variazione delle rappresentazioni sociali e, conseguentemente, dei miti urbani che le oggettivano. Come è tipico della tradizione orale, le leggende metropolitane passando di bocca in bocca si trasformano, si contaminano, subiscono variazioni in rapporto all’epoca storica, ai luoghi, alle culture e al contesto in cui vengono raccontate. Moscovici sostiene che l’epoca contemporanea sarà ricordata come l’era delle rappresentazioni, nel senso più pieno del termine:
“le rappresentazioni non sono create da individui isolati; tuttavia, una volta create, esse hanno una vita propria, circolano, si fondono, si attraggono e si respingono l’un l’altra e danno origine a nuove rappresentazioni mentre le vecchie scompaiono”.
Analogamente Durkheim:
“Ciò che è necessario è scoprire, confrontando miti, leggende, tradizioni popolari e linguaggi, come le rappresentazioni sociali si attraggono l’un l’altra e si escludano, si fondano insieme o si separino…”.
Il testo della leggenda, quindi, tende a non ripetersi mai identico e questo è dovuto a due processi che definiamo di innovazione e adattamento. L’innovazione consiste nell’aggiunta o nell’omissione di uno o più dettagli della storia, in una rielaborazione personale della narrazione che può essere dovuta a lacune nella memoria del narratore, fraintendimenti o al piacere di fondere in maniera creativa più elementi di diversa provenienza, al fine di rendere la storia più interessante. Il messaggio viene continuamente modificato, riformulato proprio come nel gioco del telefono senza fili. Uno degli esempi migliori di questo fenomeno è quello delle innumerevoli leggende sulla Coca-Cola, la cui ricetta sembra essere conosciuta solo da tre persone al mondo, motivo probabile del fatto per cui in ogni parte del globo l’immaginario collettivo ha attribuito a questa bevanda proprietà fantastiche e curiosi usi. Ecco alcuni testi tratti da Bonato:
“La Coca-Cola serve per sturare i lavandini e non bisogna berne troppa perché fa ingrossare il fegato, dal momento che non si sa cosa c’è dentro, perché ‘aromi naturali’ possono essere qualsiasi cosa”.
“Mio papà mi ha detto che bere la Coca-Cola fa male perché un suo collega medico, facendo studi sulla bibita, ha scoperto che è altamente corrosiva. Questo lo dimostra il fatto che nell’industria viene impiegata per sciogliere la ruggine e, pertanto, un suo lungo impiego può provocare buchi allo stomaco e portare addirittura alla morte”.
“Quando ero bambino mi ricordo che con i miei amici, grandi bevitori di Coca-Cola, parlavamo spesso di questa bevanda e un giorno un mio amico mi ha raccontato che la Coca-Cola aveva un forte potere corrosivo. A lui l’aveva detto un amico di suo papà che era meccanico e che aveva messo dei chiodi in un bicchiere di Coca-Cola e dopo qualche giorno li aveva trovati tutti corrosi. Naturalmente questo non era successo nel giro di poche ore, perché la Coca-Cola non è un acido, ma nel giro di qualche giorno. Inoltre, tempo fa, un dottore mi ha raccontato che mettendo un pezzo di carne in un bicchiere di Coca-Cola si dissolve nel giro di qualche giorno perché viene completamente corrosa dalla bevanda. Mia mamma mi ha raccontato che, su consiglio di una amica che ha un bar, ha provato ad usare la Coca-Cola per sturare i gabinetti intasati dalla carta, ma non mi ricordo se ha funzionato o meno”.
“Si dice che la Coca-Cola faccia i buchi nei pavimenti”.
L’adattamento spiega come uno stesso motivo, muovendosi nel tempo e nello spazio, si presenti in forme e abiti diversi: il termine si riferisce sia al processo di avvicendamento tra componenti in disuso soppiantati da elementi resi attuali dal mutato contesto, sia al fenomeno di differenziazione cui una leggenda va incontro nel momento in cui si impianta in luoghi diversi, nel senso di spazialmente distanti, adattandosi ai rispettivi contesti sociali. Una stessa leggenda può riproporsi a distanza di anni con la medesima struttura e lo stesso scopo, presentando di volta in volta elementi peculiari del mutato scenario storico (ad es. se un tempo la bella e crudele Mary trasmetteva la sifilide, a partire dagli anni ‘80, trasmette il virus dell’Aids, malattia che oggi rappresenta una pericolosa e inquietante minaccia, come lo era la sifilide nell’800). Il fenomeno delle variazioni tra leggende che presentano temi e tratti comuni è riconducibile anche a differenze tra milieu territoriali e tra identità collettive profondamente diverse seppur contemporanee. Se negli Usa il luogo del danneggiamento per antonomasia è il bar per singles, in Europa, dove questi locali non esistono, rapitori, folli commercianti di organi e femmes fatale agiscono in discoteca. Riportiamo una versione italiana della leggenda dell’espianto di organi:
“I miei amici mi hanno raccontato che nelle vicinanze della conosciuta discoteca le Gru di Torino si appostavano camioncini dentro i quali si diceva prelevassero gli organi…”
e una versione nord americana:
“Un ragazzo è andato in un bar per singles, dove ha conosciuto una donna stupenda…”
In conclusione, possiamo affermare che l’innovazione è un’implicatura naturale del contesto internazionale, che si definisce diversamente di volta in volta a seconda delle circostanze conversazionali e dei soggetti comunicanti, mentre l’adattamento presuppone un contesto sociale a cui bisogna necessariamente adeguare la narrazione, al fine di renderla più credibile e attendibile. Per comprendere l’esistenza di una così ampia gamma di varianti sul medesimo tema, possiamo rifarci alla nozione di influenza selettiva, generalizzando la teoria di DeFleur e Ball-Rokeach relativa alla ricezione dei messaggi mediatici: tutti i fattori, sia psicologici che sociologici, che differenziano i singoli individui, possono diventare potenziali variabili intervenienti nel processo di attenzione, percezione, memorizzazione e azione. Le variabili che modificano la relazione tra stimolo e risposta sono le differenze individuali, le categorie sociali e le sottoculture, le relazioni sociali. Analoghe le riflessioni di Thompson a proposito dell’appropriazione dei messaggi:
“appropriarsi di un messaggio significa aggrapparsi al suo contenuto di significato e farlo proprio (…) ed è un processo che si estende ben al di là del contesto iniziale di ricezione”.
La teoria dell’influenza selettiva, per tornare a DeFleur, si articola in quattro principi:
1. principio dell’attenzione selettiva: le differenze nella struttura cognitiva individuale danno origine a modelli differenziati di attenzione ai contenuti del messaggio. Anche nel caso specifico delle leggende metropolitane, quindi, individui diversi focalizzano la loro attenzione su particolari differenti;
2. principio della percezione selettiva: a causa delle diversità dei fattori cognitivi come gli interessi, le conoscenze, gli atteggiamenti, i bisogni e i valori, gli individui percepiscono (danno significato a) qualsiasi insieme di stimoli in modo diverso rispetto a chi ha diverse strutture cognitive. Nel caso concreto, un individuo che ascolta un racconto, ad esempio una leggenda metropolitana, applicherà agli elementi che deve elaborare i suoi modelli interpretativi, le sue rappresentazioni, dando priorità ad alcuni aspetti e trascurandone altri;
3. principio della memorizzazione selettiva: alcune persone avranno una memoria vivida e duratura di alcuni tipi di contenuto, altri li dimenticheranno velocemente. Questo principio, insieme al precedente, dà una spiegazione del meccanismo individuale che soggiace al fenomeno dell’innovazione;
4. principio dell’azione selettiva: non tutti agiranno allo stesso modo in seguito all’esposizione a determinati messaggi.
Il diffondersi di una leggenda metropolitana, nella misura in cui instaura una credenza negli individui, determina una modificazione del comportamento (ad es. “Le mie amiche mi dicevano l’anno scorso che c’era un uomo che rapiva le ragazze coi capelli lunghi e scuri e le portava in una specie di camper dove prelevava loro i reni, forse uno solo per ognuna. Alla fine tagliava a tutte i capelli. Mi sono spaventata appena l’ho sentito perché io ho i capelli lunghi. Per un pò ho portato i capelli nascosti dentro il giubbotto”, “Quando ero piccolo mi ricordo che girava una voce secondo la quale le Big Babol sarebbero fattie con una componente un pò particolare: il grasso di topo… Da quando me l’hanno raccontato non ho più mangiato Big Babol perché mi veniva la nausea solo a vederle"). Un caso inquietante è quello riportato dalla rivista The News Letter of International Society for Contemporary in un articolo di Shonder sulle voci diffuse in Guatemala a proposito dei furti di organi: attraverso alcuni viaggi in questo Stato, l’autore ha potuto verificare di persona quanto siano credute vere le storie di bambini ritrovati con organi asportati. Nel corso dell’anno, ben due cittadini americani sono stati assaliti dalla folla e malmenati per essere stati identificati, senza motivi particolari se non la loro cittadinanza, come trafficanti di organi. Il capro espiatorio sono comunque sempre gli stranieri: curioso notare come in Occidente i perfidi rapitori di bambini e i commercianti di organi siano identificati negli zingari e negli orientali, mentre in Guatemala la parte dei cattivi la fanno gli americani. Le leggende metropolitane, in quanto rappresentazioni sociali, tramutano quindi le idee in esperienze concrete e comportamenti specifici, mediante una sorta di complessa alchimia che, per citare Moscovici, trasforma il vile metallo delle nostre idee nell’oro della nostra realtà. Le chiamano in molti modi: leggende metropolitane, miti moderni, leggende contemporanee. Le studiano in tanti: psicologi, antropologi, sociologi. Eppure le leggende urbane restano un fenomeno pieno di misteri. Incerte sono le origini di questi racconti: Cesare Bermani in Il bambino è servito scrive che molte leggende non sono che la versione moderna di miti antichissimi. Altrettanto misteriosa è la funzione di queste narrazioni: a cosa servono dei racconti che viaggiano col più antico sistema di comunicazione, il passaparola, e che si rivelano regolarmente falsi? E però… però alzi la mano l’automobilista che non ha creduto all’amico che suggeriva di appendere un cd allo specchietto retrovisore per accecare gli autovelox. Si faccia avanti chi non ha mai iniziato la raccolta dei biglietti del tram o degli scontrini fiscali per contribuire a donare una carrozzina a un disabile. Ecco il cuore del problema, il vero mistero: perché si crede alle leggende? Molti studiosi hanno indagato questo problema e tre sono le ipotesi più accreditate. La prima è che in questi racconti l’ascoltatore ritrova idee che già ha: suonano familiari e quindi plausibili. Così la leggenda della zingara arrestata in un supermercato mentre cerca di rapire dei bambini nascondendoli sotto la gonna si trasmette perché è un esempio concreto ed efficace di un pregiudizio e di una paura già presenti a livello sociale. In altri casi, invece, la leggenda serve a dare un significato a eventi nuovi. Si diffondono, così, i racconti sulle nuove tecnologie, dalle lampade solari che bruciano il fegato ai mille virus che minacciano i computer: la leggenda inquadra fenomeni nuovi e mette in guardia dai possibili pericoli che rappresentano. Un sociologo francese, Jean Kapferer propone una terza spiegazione, forse la più inquietante: si crede a chi racconta una leggenda perché tutta la vita si basa su un meccanismo di fiducia nei confronti degli altri. Il bambino crede alla madre che gli dice cosa mangiare e cosa no, lo spettatore al telecronista che commenta la partita e il ragazzo al cugino che racconta le sue avventure. Un meccanismo semplice e indispensabile al funzionamento di ogni società…fino alla prossima leggenda urbana. Dal punto di vista prettamente linguistico, l’espressione leggenda metropolitana è la traduzione italiana dell’espressione americana urban legend. Il riferimento alla metropoli non intende escludere i piccoli centri: vuole semplicemente alludere ad un luogo in cui c’è grande circolazione di persone, di fatti e, dunque, di racconti. Il numero di individui che si trasmettono la stessa storia è un elemento di fondamentale importanza: una storia può, infatti, chiamarsi leggenda metropolitana soltanto se a raccontarla sono migliaia e migliaia di persone. Esiste oggi una megalopoli assai meno virtuale di quanto sembri: internet. Non a caso, le leggende metropolitane hanno trovato nel web, formidabile palestra di comunicazione orizzontale, un eccellente alleato per diffondersi fin nei più sperduti angoli del mondo. Accanto alle leggende metropolitane, ce ne sono altre a diffusione più limitata, ma comunque molto vasta, dette leggende centimetropolitane. Si tratta di storie confinate in ambiti ben precisi e destinate a viaggiare velocemente, ma per un tempo limitato, trascorso il quale perdono la loro capacità di penetrazione: per tutte, citiamo le leggende che periodicamente si diffondono su un imminente crollo (o rialzo) della Borsa. Le storie più accattivanti sono quelle che raccontano di cose extra-ordinarie accadute a gente ordinaria, cioè normale, come noi: fatti imprevedibili, situazioni paradossali che irrompono in vite che di eccezionale, fino a quel momento, non avevano avuto proprio niente. Le leggende sono, insomma, l’irruzione dell’irrazionale, del sogno (spesso dell’incubo) in un mondo dominato da una tranquilla e un pò alienante routine. Sono storie che mettono in scena con realismo, dal momento che se ne parla come di fatti veramente accaduti, il timore o la speranza di vedere la propria vita rivoltata come un guanto. Tra le storie di questo genere, il successo più grande arride a quelle che hanno a che fare con argomenti che cominciano con la lettera esse: segreti, spettacolo, salute, sesso, sfortuna, scherzo, soluzione, sangue, soprannaturale e spiegazione. Ciascun argomento possiede un proprio target specifico. Quando una storia contiene più di una esse (ad es. uno scherzo che finisce nel sangue, o un segreto piccante, condito con un po’ di sesso) vede più che raddoppiato il proprio indice di gradimento ed è destinato a crescere ulteriormente, se nella stessa storia ci sono ancora altre esse. Chi sente raccontare queste storie, le trova irresistibili e si sente incoraggiato a raccontarle a sua volta, per suscitare lo stesso interesse. Parte così il peculiare tamtam delle leggende metropolitane. Le storie strane che rispondono alla regola delle esse finiscono perciò per essere raccontate a più persone, e con maggior frequenza delle altre. Un elemento che contribuisce al successo di una leggenda è l’attualità: come una battuta di spirito fatta al momento giusto, una storia che abbia qualche riferimento con un argomento in quell’istante agli onori della cronaca, vede moltiplicarsi le occasioni in cui può essere raccontata e può, quindi, diffondersi moltissimo. Le leggende hanno un sistema di diffusione che assomiglia al contagio: passano cioè con facilità da una persona all’altra con un tamtam interpersonale inarrestabile che è alla base della comunicazione orizzontale, così chiamata perché viaggia ad altezza d’uomo, procedendo di bocca in bocca, anzi di bocca in orecchio. La comunicazione orizzontale è la forma di comunicazione più antica che si conosca. E’ nata insieme al linguaggio e da allora non si è mai interrotta. Le chiacchiere intorno al fuoco hanno costituito da subito una sorta di tessuto connettivo, un collante di rapporto, attraverso il quale il gruppo cresceva e si strutturava. Da allora, tutto ma al contempo nulla è cambiato: le storie orizzontali continuano ad essere un combustibile prezioso per le relazioni interpersonali. I luoghi in cui si genera il passaparola sono quelli in cui la gente vive, lavora, si diverte, e si incontra: la casa, il bar, l’ufficio, il ristorante, l’autobus, la metropolitana, il parrucchiere. Il mezzo che rende possibile il passaparola è la voce umana, con le diverse protesi che si sono avvicendate nel tempo: la scrittura, il telefono, il fax, il telefonino, fino alle più recenti, come l’e-mail e gli sms. Le storie che viaggiano in senso orizzontale risultano spesso più credibili di quelle che provengono dai media tradizionali (giornali, radio, TV): questo accade perché i media non li conosciamo bene, mentre i nostri amici sì. E di loro ci fidiamo, mentre dei media no. Così, quando capita che un amico ci racconti come vera una storia falsa, spesso finiamo per dargli credito. Le leggende metropolitane hanno lo scopo di divertire, di cementare i rapporti tra gli esseri umani che se le scambiano, di confermare il sistema di credenze dei ripetitori. Questi scopi vengono perseguiti in maniera inconsapevole: possiamo, quindi, parlare di leggende naturali. Nei loro effetti, le leggende non vanno comunque considerate neutre: la leggenda del ragno velenoso contenuto nei tronchetti della felicità non aveva l’intenzione di ledere i venditori di piante, eppure lo fece. La possibilità di una leggenda di generare vantaggi e svantaggi concreti ha fatto sì che, accanto alle leggende naturali, venissero create delle leggende artificiali: appositamente progettate per danneggiare qualcuno o per avvantaggiare qualcun altro. Le leggende artificiali presuppongono l’esistenza di un esperto in comunicazione orizzontale, che sia in grado di creare una leggenda e di farla partire, innescando il tamtam interpersonale: è il legendmaker.
- Il legendmaker
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- La smentita di una leggenda metropolitana