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Strategie sintattiche e grammaticali di manipolazione linguistica

Le relazioni esistenti tra i testi originali e le loro traduzioni sono state variamente denominate come metodi o tecniche da Vinay e Dalbernet, spostamenti da Caftord e Leuven-Zwart, strategie da Malone e Chesterman, per citare solo alcuni contributi al tema. Analizziamoli in modo più specifico. Per Vinay e Dalbernet i metodi di traduzione possono essere di due tipi:
1.  diretti, quali prestiti, calchi e traduzioni letterali che si applicano principalmente a livello lessicale;
2.  obliqui, quali la trasposizione, che si applica principalmente a livello sintattico, la modulazione, l’equivalenza e l’adattamento. Queste ultime tre tecniche, in ordine crescente di difficoltà, presuppongono un’analisi del testo di partenza al livello del messaggio e non della struttura linguistica formale.
Secondo Catford, per cui la traduzione può essere definita come la sostituzione del materiale testuale della lingua di partenza con materiale equivalente nella lingua di arrivo, il processo di sostituzione si attua tra testi o porzioni di testo. L’unità di analisi individuata da Catford è, in accordo con la linguistica del tempo, la frase: egli ne propone una tassonomia di spostamenti (shifts) obbligatori, classificabili a seconda del livello (fonologia, morfologia, sintassi, lessico) e della categoria (classe, struttura, sistema, unità). Diversamente da Catford, che classifica i cambiamenti obbligatoriamente indotti da due sistemi linguistici utilizzando un approccio top-down, Leuven-Zwart parte da un approccio bottom-up e propone una tassonomia basata sull’analisi delle relazioni esistenti tra originali e traduzioni in alcuni testi paralleli. Dopo aver individuato in originali e traduzioni i rispettivi transemi, definibili come unità testuali comprensibili, la studiosa esamina la relazione esistente tra originali e traduzioni in termini di similarità rispetto a un architransema, cioè un comune denominatore semantico o pragmatico. Una prima possibilità è che si verifichi un rapporto di sinonimia, cioè che entrambi i transemi siano sinonimi dell’architransema. Nel caso invece di relazioni non sinonimiche, le relazioni possono rientrare in tre principali categorie:
1.  modulazione, in cui uno dei due transemi è in rapporto di iponimia con l’architransema;
2.  modificazione, in cui entrambi i transemi sono in rapporto di iponimia con l’architransema;
3.  mutazione, in cui non c’è nessun rapporto tra i due transemi.
Queste tre principali categorie sono suddividibili in numerose sottoclassi a seconda che interessino il livello semantico, sintattico o stilistico (o una combinazione di questi livelli), con un’articolazione finale in trentasette diverse categorie.
Malone individua nove diversi tipi di strategie:
1.  equation;
2.  substitution;
3.  divergence;
4.  convengence;
5.  amplification;
6.  reduction;
7.  diffusion;
8.  condensation;
9.  reordering.
Si tratta di relazioni a livello strutturale e lessico-grammaticale presentate in coppie di procedure contrapposte, tranne l’ultima che riflette la diversa costruzione sintattica delle lingue.
Chesterman tenta di unificare le diverse proposte precedentemente avanzate da questi e altri studiosi e propone di suddividere le strategie locali, cioè le relazioni tra coppie di segmenti testuali di entità ristretta, in due categorie:
1.  la prima comprende strategie che riguardano il livello sintattico – grammaticale;
2.  la seconda strategie che riguardano il livello semantico.
Chesterman non propone una lista esaustiva, ma elenca per ciascuna categorie le dieci strategie più significative. Le strategie più rilevanti relative al livello sintattico – grammaticale sono:
1.  traduzione letterale;
2.  prestito/calco, doppia presentazione, neologismo basato su un prestito;
3.  transposizione (cambiamento di classe di parola);
4.  cambiamento di unità (morfema, parola, sintagma, frase, paragrafo);
5.  cambiamento di struttura del sintagma (ad es. cambiamento di tempo e modo del verbo, modifica di una struttura nominale);
6.  cambiamento di struttura della frase (ad es. voce attiva contrapposta a voce passiva, strutture transitive contrapposte a strutture intransitive);
7.  cambiamento di struttura del periodo (diverse relazioni tra le frasi);
8.  cambiamento di coesione (riferimenti intra-testuali, ellissi, sostituzione);
9.  cambiamento di livello;
10.  cambiamento di schema retorico (parallelismo, ripetizione, allitterazione).
Le strategie più rilevanti relative al livello semantico sono:
1.  sinonimia;
2.  antonimia;
3.  iponimia;
4.  conversi (ad es. comprare in contrapposizione a vendere);
5.  cambiamento di astrazione (ad es. astratto in contrapposizione a concreto);
6.  cambiamento di distribuzione (ad es. diluzione in contrapposizione a espansione);
7.  cambiamento d’enfasi;
8.  parafrasi;
9.  cambio di tropo;
10.  altri cambiamenti semantici di vario tipo (ad es. cambiamento di senso fisico).
A queste due categorie Chesterman contrappone un gruppo di strategie globali. Mentre le strategie locali consistono in una manipolazione della forma (strategie sintattiche e grammaticali) o del significato (strategie semantiche), le strategie globali riguardano il livello pragmatico e consistono in una manipolazione del messaggio. Si parla di strategie globali in quanto esse sarebbero il risultato di decisioni globali riguardo al modo più appropriato per tradurre il testo nel suo insieme, che implicano cambiamenti di portata generale al livello sintattico e semantico. Le strategie globali hanno a che fare con la selezione delle informazioni nel testo di arrivo. Anche per questa categoria, Chesterman propone un elenco di strategie più frequenti, attinte principalmente da studi di testi letterari. Vengono recuperate come strategie pragmatiche globali tutti quei cambiamenti di cui si è occupata la ricerca sulla traduzione non aventi carattere principalmente linguistico, oltre a cambiamenti relativi a concetti della linguistica testuale e della pragmatica. Le strategie globali o pragmatiche più rilevanti sono:
1.  filtro culturale, (i.e. naturalizzazione / domesticazione / adattamento vs. esotizzazione / stranierificazione, / estraneamento);
2.  cambiamento di esplicitazione;
3.  cambiamento di informazione, addizione o omissione di informazioni (quello che distingue l’omissione dall’implicitazione è il fatto che le informazioni omesse non possono essere inferite);
4.  cambiamento nella relazione tra il testo, l’autore e il lettore (ad es. il livello di formalità);
5.  cambiamento illocutorio (ad es. un’affermazione diventa una domanda);
6.  cambiamento a livello ideazionale, riguardante la corenza, ovvero la disposizione logica di un testo;
7.  traduzione parziale (ad es. un riassunto);
8.  cambiamento di visibilità del traduttore, della sua presenza autoriale;
9.  cambiamenti radicali a livello editoriale, riscrittura;
10.  altri cambiamenti pragmatici, ad esempio il layout e la scelta della varietà linguistica.
Secondo un’ulteriore approccio è possibile distinguere da una parte una strategia di domesticazione e dall’altra una strategia di stranierificazione. In una strategia di domesticazione si opera adottando tutte quelle operazioni/tecniche che riportano il testo straniero all’interno di una dimensione conosciuta, che nell’operazione di trasferimento da una lingua a un’altra ne tolgono tutte quelle caratteristiche di deviazione linguistica e culturale che lo rendono difficile da inquadrare per un lettore che, appartenendo a una cultura diversa da quella entro/per la quale il testo è stato scritto, trova incomprensibili le allusioni e i riferimenti. Lo scopo di questa strategia sarebbe quella di confortare il lettore all’interno di un quadro di riferimento conosciuto, di assecondare al massimo le operazioni di riconoscimento. Le tecniche traduttive (strategie locali) utilizzate in questo caso possono essere generalmente descritte come tecniche tendenti alla scorrevolezza del testo, che ne eliminano qualsiasi accenno di diversità e rendono il traduttore invisibile. Il traduttore deve essere invisibile perché il testo tradotto non deve sembrare una traduzione. La seconda strategia, la stranierificazione, va in senso opposto, introducendo nel testo tradotto degli elementi estraneanti, poco conosciuti, culturalmente altri rispetto al lettore. Il traduttore diventa visibile perché la traduzione ribadisce il proprio carattere di traduzione, introducendo nella cultura in cui il testo viene tradotto degli elementi poco conosciuti. Lo scopo non è quello di avere un testo fluido, scorrevole, ma quello di confrontarsi con qualcosa di diverso per poterne uscire arricchiti piuttosto che rassicurati nel confronto.

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